«Fra gli oggetti sequestrati a casa di Pacciani, nella perquisizione del luglio 1991, particolare interesse per l’accusa suscitò un quadro.»

Il dipinto era stato notato anche da una testimone oculare nel 1986, quando si trovava ancora appeso nel piccolo appartamentino da affittare che Pacciani aveva ristrutturato in via Sonnino. La testimone faceva parte di un gruppo musicale di giovani che avevano preso in affitto l’appartamento per utilizzarlo come sala prove. In tempi non sospetti, Pacciani le aveva anche spiegato il significato del quadro, affermando di averlo realizzato lui stesso, “ma nella sua testimonianza al processo la donna non ricordava praticamente quasi nulla di quella spiegazione”.
Una volta affittato l’appartamento, Pacciani sgombrò le proprie cose e portò via anche questo quadro, che appese — insieme ad altri da lui realizzati — nell’altro appartamentino di via Sonnino da lui occupato.
Pietro Pacciani indagato: durante le perquisizioni viene sequestrato anche il quadro

Questo sgrammaticato e inquietante quadro intitolato: Sogno di Fatascienza, dominato dalla figura centrale del Generale della Morte, catturò l’attenzione dell’investigatore Ruggero Perugini, capo della S.A.M. – la Squadra Anti Mostro della questura di Firenze. Perugini sottolineava come lo stesso Sogno di Fatascienza raffigurasse alla perfezione quelle aberrazioni sadico-feticistiche che costituivano indubbiamente la quintessenza dei crimini dell’assassino delle coppiette.
Vista allora l’importanza per l’accusa di questo indizio, il dipinto sequestrato venne sottoposto ad analisi criminologica, oltre che a una rapida consulenza tecnica sulla sua realizzazione.
Perugini, nel suo libro “La caccia al Mostro di Firenze – Un uomo abbastanza normale” a pagina 222 scrive:
1 gennaio 1992.
Andato da Pietro Pacciani, per consegnargli copia del verbale di sequestro.
Mi dice che il quadro che ha preso da Afro Gazziero, nella ditta di Calenzano, era in bianco e nero e che lui si è limitato a colorarlo.
Io non glielo avevo chiesto, si vede che quel dipinto è proprio diventato un cruccio per lui.
So già che quello che mi ha raccontato è una menzogna; la persona che secondo lui gli avrebbe dato il quadro ha detto che non gli sarebbe neanche passato per il cervello di appendere qualcosa del genere nella sua ditta.
Non stento a credergli, gli avrebbe fatto scappare gli operai.
Comunque non si tratta di una stampa, lo so, l’ho fatto radiografare.
L’allora Direttore dell’istituto di medicina legale dell’Università di Modena, Francesco De Fazio, il 21 gennaio 1991, inviò al dottor Ruggero Perugini della Questura di Firenze, le considerazioni che seguono in merito al quadro “Sogno di Fatascienza”, prelevato, in sede di perquisizione, dall’abitazione di Pietro Pacciani sita in Mercatale in Via Sonnino 30.
Il quadro è stato esaminato con l’assistenza tecnica del Prof. Vittorino Andreoli, Primario, Psichiatra, il quale da molti anni si interessa, con riconosciuta qualificazione culturale e competenza del significato del linguaggio grafico e dell’espressività pittorica dei malati di mente.”
Di seguito propongo l’analisi, svolta all’epoca dei fatti, sul quadro: Sogno di Fatascienza.
“Nel quadro l’elemento che colpisce con maggior forza è quello della violenza, espressa sia dai temi (il toro, il cappello nazista, le armi, la morte, ecc.), sia dal colore (in prevalenza giallo e rosso, colori con i quali il Pacciani riverniciò il ciclomotore, il primo simbolico di violenza, il secondo di violenza agita o esperita).
Questa violenza ‘inaudita’ sembra trovare espressione soprattutto nella sessualità: si rinvengono infatti rappresentazioni falliche molto realistiche (la mano nel quadrante superiore destro) che danno la possibilità di interpretare in tal senso anche quelle simboliche (le corna, la freccia, l’arma, la sega, il serpente).
Il serpente, come simbolo maschile, la cui lingua si scatena su una sessualità ermafrodita (toro con sesso femminile), è poi direttamente ricollegato alla morte (il teschio con la mandibola): sta cioè a significare una sessualità che uccide, sadica e violenta.
Quanto all’aggressività, si tratta di un’aggressività sessuale agita, e non solo pensata: lo si vede dalla tratteggiatura/scia, a partenza dalla spada e poi dalla mano, indicativa del movimento.
L’iterazione di questo doppio tratteggio/scia potrebbe avere il significato di una identità sul piano simbolico: per la figura maschile sadico-aggressiva (‘Il militare’), infilzare con la spada o compiere l’atto sessuale assume identico significato; si tratta cioè di una rappresentazione fallica interata che produce effetti di morte, confermando la presenza di una sessualità che uccide (commistione tra sessualità e violenza, il piacere agito attraverso la violenza).
Un altro tema caratteristico e ricorrente del quadro è quello della morte: simbolizzata dalle mummie, ma anche da altri disegni, quali le stelle e le croci: la stella richiama infatti, sul piano simbolico, la svastica, ed ha lo stesso significato della croce, anche uno dei buchi di fuga ha la forma di una croce.
La morte sembra così la conclusione di una sessualità violenta, distruttiva ed eliminatrice (il gabinetto).
Il quadro propone inoltre altri elementi di indubbio interesse, ma che appare difficile analizzare ad una lettura superficiale:
l’aspetto confusivo fra la sessualità maschile e femminile;
le scarpe con i lacci enormi e lo stivale con lo sperone, elementi tutti che rimandano alla letteratura sadomasochistica ed in parte a quella feticista (la scarpa);
i buchi che potrebbero rimandare anche ad aspetti voyeuristici;
l’aspetto contaminato della figura centrale – ad un tempo maschio, femmina ed animale – che potrebbe rimandare a pratiche perverse su animali;
infine l’elemento iterativo (sei petali, sei croci, sei stelle, sei punte degli ombrelli) che introduce un elemento di sacralità rituale (sacrificale?).
Quanto alle ipotesi diagnostiche il quadro potrebbe suggerire la presenza di una paranoia.
Si tratta di una patologia mentale, caratterizzata da un delirio a lenta evoluzione, coerente e fanatico, che si sviluppa su una personalità egocentrica, diffidente, permalosa, dogmatica, scarsamente socievole; l’intelligenza non é messa in gioco, ma viene utilizzata al servizio del delirio, ed eventualmente alla sua dissimulazione o alla sua difesa.
Ciò che fa pensare alla paranoia è la prospettiva rigorosamente centrica, l’utilizzazione di un simbolismo conscio e coerente, una scelta motivata degli elementi, dei segni e finanche del colore, tutti strumentalizzati in funzione di un messaggio e della propria visione del mondo”
Colpo di scena


Si scoprì presto però che il vero autore del disegno in bianco e nero non era Pacciani, che diceva di averlo solamente colorato, ma l’artista cileno Christian Olivares, che in quel disegno voleva rappresentare gli orrori della dittatura cilena.
Prima ancora che da Christian Olivares, il quadro era stato riconosciuto da una famiglia bolognese che aveva visto la foto pubblicata su Repubblica.
Fu la signora, esperta d’arte e titolare di un laboratorio di restauro, a telefonare in redazione, spiegando che per anni avevano tenuto in casa un dipinto — opera di un artista loro amico — molto simile a Sogno di Fatascienza.

La donna aggiunse anche che il pittore cileno aveva vissuto a Bologna tra il 1970 e il 1978. Nel 1973, dopo il colpo di Stato in Cile, era stato loro presentato insieme ad altri giovani artisti cileni: essendo collezionisti, rimasero colpiti dalle sue opere.
Di seguito propongo alcune interviste pubblicate nell’aprile 1994, in cui Christian Olivares racconta la sua versione dei fatti:





Il nodo cruciale è che la consulenza dell’accusa ha usato Sogno di Fatascienza come se fosse una prova psicologica contro Pacciani, costruendo un profilo disturbato e violento, compatibile con quello dell’assassino delle coppiette.
Quando il pittore cileno rivendicò la paternità del quadro, dichiarando di essere il vero autore e ideatore del disegno in bianco e nero, le analisi criminologiche e psichiatriche condotte su Sogno di Fatascienza risultarono completamente incompatibili con la personalità del pittore cileno. Era evidente che egli non potesse in alcun modo riconoscersi nel profilo delineato, e ciò appariva quanto mai ovvio. A “riprova di ciò”, le sue opere presentavano una chiara somiglianza stilistica con Sogno di Fatascienza, consentendo così l’estensione di quell’analisi criminologica anche alla sua produzione artistica.
L’indagine mirata a delineare il profilo psicologico del presunto assassino attraverso lo studio interpretativo del quadro finì per individuare caratteristiche comuni tra Sogno di Fatascienza e le opere del pittore cileno. Un esito che si rivelò estremamente imbarazzante, poiché quest’ultimo non poteva affatto riconoscersi nella descrizione emersa dalle analisi criminologiche e psichiatriche, dimostrandone così la mancanza di fondamento.
Come ha giustamente sottolineato Olivares in un’intervista:
«è come dire che gli orrori di guerra dipinti da Goya lo rendessero automaticamente un mostro ».
Perugini, nel suo libro “La caccia al Mostro di Firenze – Un uomo abbastanza normale“:
E poi che importanza ha se lo ha fatto lui o lo ha soltanto colorato?
Quello che è certo è che se n’è appropriato, gli ha apportato le modifiche che ha voluto, lo ha firmato e se lo è appeso in casa.
Quali emozioni susciti in lui lo può sapere soltanto chi riesca a leggerlo con i suoi stessi occhi.
Io posso tutt’al più continuare a chiedermi perché abbia tracciato quelle sei piccole croci, lì in basso, sotto la figura centrale: un centauro vestito da generale, per metà cadavere e per metà vacca, che brandisce la sciabola.
Se è per questo continuo anche a chiedermi perchè alla vacca sia stata cancellata una mammella.
Si vede che gli piaceva di più così, mica tutti abbiamo gli stessi gusti.
E poi lui ce l’ha l’abitudine di ritoccare le immagini, forse seguendo un particolare pensiero.
Nessuna marcia indietro, per gli investigatori, comunque, la rivelazione non cambia la situazione.

(vedi: Modifiche e aggiunte)